Jobs Act: i punti salienti della riforma

La riforma del lavoro che divide l’opinione pubblica e i sindacati suscitando scioperi e proteste vede ad oggi varati i primi due decreti legislativi che dovrebbero diventare attuativi entro metà Febbraio, a meno che non vengano presentate in questi mesi proposte migliorative degli stessi. Stiamo parlando del contratto unico a tutele crescenti che andrà a modificare l’articolo 18 e dell’assegno di disoccupazione, la Naspi, che verrà erogato per un numero di lavoratori maggiore e per più tempo. Questi decreti del Job Act, insieme alle disposizioni previste in materia di licenziamenti, hanno subito in questi ultimi mesi diverse modifiche tanto da renderne difficoltosa la comprensione. Proviamo a sviscerare insieme i punti salienti della riforma per ciò che riguarda i privati.

L’introduzione del contratto a tutele crescenti sostituisce per i neoassunti 2015 il vecchio contratto a tempo indeterminato e prevede rilevanti novità in materia di licenziamenti.

Per le nuove assunzioni sono previste appunto “tutele crescenti”  basate sull’anzianità di servizio, come verrà stabilito dall’apposito decreto attuativo, nonché sgravi per le aziende che assumono, con esoneri INPS fino a 36 mesi a decorrere dall’assunzione del lavoratore. Lo sconto non prevede il TFR, che rimane a carico del datore, ed è applicabile solo per i contratti sottoscritti dal 1 Gennaio 2015 al 31 Dicembre 2015 e per un tetto massimo annuale di 8.060 euro. Per convertire un contratto a termine o a progetto in indeterminato sono indispensabili due condizioni:

– il lavoratore non deve aver avuto contratti indeterminati nei 6 mesi precedenti l’assunzione;

– il lavoratore non deve aver sottoscritto un contratto indeterminato con lo stesso datore di lavoro che richiede l’agevolazione, o con aziende ad esso collegate, nei 3 mesi precedenti il 1 Gennaio 2015.

Il contratto unico a tutele crescenti ha lo scopo di ridurre l’applicazione di tutti gli altri tipi di contratto per tutelare i collaboratori e i lavoratori a progetto che andranno così ad ottenere gli stessi diritti in termini di ammortizzatori sociali, ferie pagate, malattia e maternità dei dipendenti di lunga data assunti con il tradizionale contratto a tempo indeterminato.

In materia di licenziamenti però il Job Act modifica sostanzialmente l’articolo 18; nel licenziamento economico, ove la reintegra del lavoratore veniva effettuata se la motivazione del cessato rapporto veniva considerata illegittima dal giudice, ora con la riforma vede corrisposto solo un indennizzo direttamente proporzionale all’anzianità di servizio con limite massimo di 36 mesi.

Nel licenziamento disciplinare il datore poteva interrompere il rapporto di lavoro a causa di inottemperanze del lavoratore e quest’ultimo poteva essere reintegrato se si dimostrava l’insussistenza o se vi era una sanzione prevista che poteva arginare il licenziamento. Con la riforma invece, qualora manchino i requisiti per il licenziamento, il datore dovrà pagare una indennità pari a 2 mesi di stipendio per ogni anno di servizio alle spalle, con un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità (per le aziende oltre i 15 dipendenti) o da 2 a 6 mensilità (per le aziende con numero di dipendenti inferiore a 15) e, solo se il giudice accerta che il fatto materiale non sussiste e quindi il licenziamento è illegittimo si potrà predisporre il reintegro oltre l’indennità. Anche per i licenziamenti collettivi vengono promossi gli indennizzi rispetto al reintegro, decisione che ha scatenato le polemiche della Cgil, in particolare della Camusso che afferma che la manovra è un “via libera a licenziare lavoratori singoli e gruppi di lavoratori”.

Per i neo assunti con il contratto a tutele crescenti, quindi, diminuiscono le possibilità di reintegro sul posto di lavoro, diritto che permane nella sua integrità solo per il licenziamento discriminatorio.

La delega in materia di ammortizzatori sociali prevede invece che per tutti i lavoratori licenziati con almeno 13 settimane di retribuzione sia corrisposta la nuova Aspi, ovvero la Nuova Assicurazione Sociale per L’impiego (NASPI), una indennità di disoccupazione che verrà pagata dal primo maggio, ma che inizia a maturare già dal 1 Gennaio 2015. La Naspi verrà erogata per la metà dei mesi lavorati fino ad un massimo di 24 mesi con un importo massimo di 1.300 euro al mese tenendo conto della storia contributiva del lavoratore con l’obiettivo di differenziare il ricorso a strumenti di intervento di cassa integrazioni e ASpl.

I punti del Job Act prevedono di agire anche sulle politiche del lavoro razionalizzando gli incentivi per l’autoimprenditorialità, prospettando una Agenzia Nazionale per l’occupazione, rafforzando i servizi per l’impiego per valorizzare le sinergie tra pubblico, privato e istituzioni formative nonché accordi per la ricollocazione e percorsi di inserimento e reinserimento per inoccupati.

Teniamo a sottolineare che il testo della riforma del lavoro è in divenire, per gli aggiornamenti del caso inviamo ad approfondire in opportune sedi.

Nel prossimo articolo parleremo delle facilitazioni previste per conciliare vita e lavoro, in particolare le nuove garanzie per le lavoratrici mamme.

 

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